La vita che cerchi nelle altre galassie

un estratto del mio primo libro, una strada verso il secondo

Nessun aspetto della vita delle stelle è semplicemente amico o nemico della vita. La luce delle stelle ha componenti che sono allo stesso tempo pericolose ed essenziali per la vita. Era questo che pensavo quando, sulla mia “linea d’ombra” tra la gioventù e la maturità, avevo mio figlio appena nato fra le braccia.

Sebastiano era piccolo, fragile e giallo. Dormiva fra le mie braccia sorprese di essere in grado di sostenere e proteggere un peso così leggero e delicato. Eravamo al Sole, affianco a una finestra, la sua luce avrebbe fatto svanire l’ittero. È un fenomeno che si chiama fotodegradazione della bilirubina. Del legame tra luce delle stelle e la vita mi resi conto quando la nonna mi disse: «Non preoccuparti, mettilo al sole. La luce gli farà passare quel giallo».

I fotoni ultravioletti prodotti nel centro del Sole un milione di anni prima, filtrati dall’atmosfera scomponevano le complesse molecole di carbonio, azoto e idrogeno della bilirubina nei composti tollerati dal suo piccolo fegato e riscaldavano le nostre mani che iniziavano a conoscersi.

A ricordarlo ora, mi vedo fragile anch’io. La vita che cerchi nelle altre galassie ti capita fra le braccia senza annunciarsi, senza chiederti se sei pronto. Io avevo completato la tesi, avevo iniziato il dottorato e avevo deciso di accogliere la sorpresa che si era presentata. Non avevo ancora scelto fra pianeti e cosmologia. In un modo confuso, vedevo il nesso complesso che unisce l’estremamente grande e l’estremamente piccolo, le leggi universali che espandono l’Universo e i fatti accidentali che lo rendono meraviglioso.

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