Qualche considerazione sulle recenti missioni spaziali verso la Luna. Versione breve di un articolo apparso su Prisma (ottobre 2023).

L’estate 2023 ha visto un’ulteriore accelerazione nella corsa verso la Luna, con un fallimento e un successo che hanno sancito nuovi equilibri nella geopolitica dello spazio. Il fallimento è stato quello della missione Luna-25 dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, precipitata sul suolo lunare per un malfunzionamento dei motori nella discesa. Pochi giorni dopo, il 23 agosto, la sonda indiana Chandrayaan-3 è riuscita ad atterrare sul suolo lunare in prossimità del polo sud del satellite e poco dopo il rover Pragyan ha iniziato la sua missione esploratrice.
Questi eventi ravvicinati hanno confermato da un lato il declino della Russia come potenza spaziale e dall’altro il prepotente ingresso sulla scena della geopolitica dello spazio dell’India. Nel 1976, l’Unione Sovietica era riuscita a completare con successo la missione Luna-24, riportando a terra campioni di regolite lunare. Quasi mezzo secolo dopo, una missione simile è fallita. L’India invece (dopo il parziale fallimento della missione Chandrayaan-2 nel 2019) ha superato una prova di maturità, diventando il quarto Paese (dopo Stati Uniti, Russia e Cina) a sbarcare sulla Luna e il primo a far atterrare con successo un veicolo spaziale nella regione del polo sud. È significativo che entrambe le missioni avessero come obiettivo l’esplorazione di tale regione, considerata strategica in vista di future basi a lunga permanenza, grazie alla possibile abbondanza di acqua (in forma ghiacciata) nelle rocce dei crateri poco illuminati dal Sole.
Sono lontani i tempi in cui lo spazio era il terreno di confronto di due sole grandi potenze, USA e Unione Sovietica. Oggi, la scena multipolare della politica sulla Terra si riflette inevitabilmente nello spazio. E alle potenze statali si aggiungono entità private come SpaceX e Blue Origin, con un crescente affollamento delle orbite (in particolare attraverso costellazioni satellitari come Starlink di SpaceX) e un’accesa competizione in termini di sfruttamento commerciale e confronto militare.
Tutto questo nell’ambito di un quadro normativo inadeguato. Nel 1967, la maggior parte dei paesi siglò il “Trattato sullo spazio extra-atmosferico,” in base al quale nessuno stato può rivendicare la sovranità su altri corpi celesti e definì lo spazio essere una “provincia di tutta l’umanità”. Questa visione romantica è lontana dalla realtà. Lo spazio è a tutti gli effetti parte del campo di contesa economica, politica e militare fra gli stati e le grandi compagnie private.
Lo spazio è la “prosecuzione della politica terrestre con altri mezzi.” Il confronto avviene in ambito tecnologico, ad esempio nel campo delle nuove costellazioni satellitari per le telecomunicazioni, con l’obiettivo di ottenere maggiore autonomia in uno scenario geopolitico sempre più basato sullo spazio. L’Unione Europea sta progettando IRIS² (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite), una costellazione satellitare che si unirà a Galileo e Copernicus, con un investimento di oltre 6 miliardi di euro entro il 2027. La Cina, che punta a diventare una grande potenza spaziale, ha risposto annunciando lo scorso aprile la creazione di China Satellite Networks Limited, una società dedicata alla creazione e alla gestione di una costellazione di 13 mila satelliti in orbita terrestre bassa.
Ma il confronto avviene inevitabilmente anche in campo militare. Qui più che mai si rivela il doppio volto della scienza, che ha accompagnato tutta la storia della nostra specie. L’uso militare dello spazio non è una novità. La prima guerra del Golfo, nel 1990, è considerata la prima “guerra spaziale”, quando l’uso della navigazione satellitare permise di dirigere con efficacia i movimenti delle truppe di terra attraverso il deserto.
La guerra in Ucraina ha dimostrato la crescente importanza militare dello spazio. Il conflitto in corso è diventato il primo in cui entrambe le parti sono fortemente dipendenti dalle attività spaziali e nel futuro vedremo uno spostamento sempre maggiore del centro di gravità del confronto militare verso il dominio aerospaziale. Molti stati hanno infatti modificato le loro strutture di difesa per creare un centro nevralgico per lo spazio. Ad esempio, la Francia ha cambiato il nome della sua Aeronautica Militare in “Forza Aerea e Spaziale” e nel 2020 l’Italia ha istituito il Comando delle Operazioni Spaziali. Russia e Cina hanno già condotto test per distruggere satelliti. Washington ha risposto impegnandosi a non condurre simili test, invitando anche gli altri stati, al fine di giungere alla stesura di un nuovo regolamento internazionale. Tuttavia, anche la definizione di nuove regole diventa un campo di battaglia in cui le potenze attualmente in una posizione dominante cercano di mantenere il vantaggio.
Lo spazio è un ambiente prezioso e (per quanto sia controintuitivo) limitato. Norme per preservare quest’ambiente al fine di garantire uno sfruttamento economico sono essenziali per gli attori sulla scena, evitando ad esempio il sovraffollamento delle orbite e l’inquinamento da detriti. Un quadro giuridico debole nel settore spaziale porta a incertezze e rischi per la sicurezza.
Inoltre, con l’espansione del settore spaziale commerciale, sorgeranno questioni legate ai diritti di proprietà, all’utilizzo delle risorse (come nel caso dell’estrazione di minerali dalla Luna o dagli asteroidi) e alla responsabilità per danni.
Lo spazio continuerà ad essere il quarto dominio (dopo terra, aria e mare) della competizione geopolitica e l’asimmetria di potere economico-militare e di capacità tecnologica rischia di rendere più complicato un accordo sulle norme per un utilizzo pacifico e condiviso delle risorse spaziali.
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